Riflessioni dalla liturgia
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Dalla prima Lettura della Festa della Dedicazione della Basilica LateranenseEz 47, 1-2.8-9.12
“… Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina”
L’acqua della grazia, il fluire dello Spirito Santo, dona la vita e fa fiorire il deserto. Dove c’era morte può nascere la vita.
E’ come un miracolo e talvolta lo è a tutti gli effetti.
Ma non produce un unico tipo di fiore e di frutto..
Ma molti tipi di fiore e di frutto, così come è concesso ai vari semi donati dalla Provvidenza.
Ma tutti insieme formano il giardino.
C’è chi vivrà il Regno come apostolo, chi come apologeta, chi come teologo, chi come studioso, chi come silenzioso servitore, chi con il calice della sofferenza, chi con l’impotenza, chi con il dono immenso della persecuzione, chi con il disprezzo di quelli della sua casa a causa di Cristo. Anche se è stato un peccatore, omicida e persino deicida e potrà diventerà fervido apostolo di Cristo Gesù.
Tutto è possibile a Dio in un cuore docile ed umile. Tutto.
Purché cessi ogni superbia ed ogni vanità e tutto venga fatto e compiuto per la Gloria di Dio, il bene dei fratelli e la bellezza.
Perché come è possibile il miracolo che il deserto diventi giardino e porti frutti di vita eterna, così è possibile che il giardino dica “io” invece di “Dio!” e che possa seccare e portare frutti velenosi, anche se apparentemente belli.
Si pieghi dunque il nostro cuore e siamo grati ed umili, non gelosi, non invidiosi, non ciarlieri e pettegoli, "prostrati adoriamo"…
mortificando di cuore quella parte che appartiene alla “carne” e che rischia di avvelenare anche le cose belle e buone del Regno.
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Dal salmo della S. Messa del giorno: Sl. 68 - "Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me. " Uno degli aspetti che differenzia chi crede in Cristo da chi lo nega e lo rifiuta (o da chi ha una fede-fai-da-te) è la capacità di farsi carico. Non si punta il dito ma si sta accanto all'uomo; qualunque delitto o peccato abbia commesso. Non si giustifica il male ma si distingue con chiarezza il malato dalla malattia.
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Dalla lettura breve delle lodi:At 3, 13-15:
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.
Quando ascoltiamo questa affermazione potente di Pietro "avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita" pensiamo che appartenga ad altri. A persone del passato, del contesto storico in cui Gesù fu rinnegato, torturato e messo a morte.
Invece sono parole attualissime. Sono per oggi, ora. Sono per me. Sono io che l'ho messo a morte con le mie scelte e i miei comportamenti delittuosi, ideologici e senza fiducia e speranza in Lui.
Tutte le volte che, quotidianamente, non ascoltiamo la voce della Grazia e seguiamo le passioni e le mode delle ideologie noi mettiamo a morte Gesù.
Tutte le volte che calpestiamo la "grammatica" che Dio ha messo nella natura uscita dalle Sue mani, che rinneghiamo la vita, che neghiamo l'immagine simbolica della famiglia naturale che Lui ha voluto come segno e simbolo del modo con cui Lui ci ama, ebbene, noi calpestiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che diciamo: "faccio a meno di Te" e decido io per me perché so cosa è bene e ciò che è male. Anche in tal caso uccidiamo l'autore della vita.
Tutte le volte che lo lasciamo ai margini del nostro quotidiano e la Sua Presenza non da "forma e sostanza" ai nostri passi, noi calpestiamo e rinneghiamo l'autore della vita.
Infine, tutte le volte che consapevoli di aver fatto tutto ciò neghiamo che Egli, il Risorto possa ri-farci nuovi.. anche in tal caso rinneghiamo l'autore della vita.
Perché Egli realmente vuole per Te la vita, dona a Te la vita, ricostruisce per te la tua vita.
Egli fa fiorire il deserto e la sua specialità è un cuore amante.
Purché tu accolga la suprema sapienza. Quella della Resa.
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Dalla prima lettura del girono Eb. Eb 4,1-5.11 “Fratelli, dovremmo avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso.”
L’Inferno, di cui purtroppo per motivi di politicamente corretto si parla poco, non è tanto un luogo in sé quanto piuttosto uno stato nella scelta disobbediente di “non entrare nel Riposo di Dio”.
La categoria del Timore è stata confusa con quella del terrore e pertanto si è perso quello stato costante e continuo di vigilanza sulla nostra povertà e sulla nostra natura ribelle che porta sovente alla disobbedienza. Però mentre il terrore paralizza e obbliga – per difesa psichica – al fiorire del politicamente corretto, il Timore al contrario fa vedere la realtà creaturale personale per quale essa è: bisognosa dell’Amore provvidente del Padre. Anche la paura, in certo qual modo si distingue dal terrore, perché la paura rende vigili, attenti, fa fare tesoro dell’esperienza. E se uno si è scottato non si avventurerà più per sentieri che possano danneggiarlo. Anzi chiederà al Padre la forza e la sapienza per non incorrere più in simili bugie. Non tutto fa bene, non tutto edifica, non tutto nutre, non tutto fa crescere. Ritenersi più forti di quello che si è significa mancare di temperanza e contristare lo Spirito che è in noi. Chi sta in piedi, dunque veda di non cadere e non fugga da se stesso.
Il Suo riposo, il riposo di Dio, però non è una condizione passiva ma sottintende lotta e fatica. E’ luogo finale che “pesa” ogni nostro passo e che merita ogni nostra fatica. Pertanto non entrerà nel riposo di Dio non solo chi si rifugia nel politicamente corretto ma anche coloro che non avranno lottato con le unghie e con i denti per ottenere il dono di grazia che porta al Cielo. L’accidia e anche l’accidia vocazionale è preambolo all’Inferno tanto quanto la superbia.
Non solo. Qui l’autore della lettera agli Ebrei ricorda che occorre preoccuparsi anche per i fratelli, perché anche loro non cadano nella prova e non entrino nel riposo di Dio. Avere coscienza dell’Inferno è sapienza personale ed ecclesiale. Siamo responsabili dei nostri fratelli. Accoglienza sempre e comunque ma per il cammino verso il Suo riposo, verso la trascendenza e nella rinuncia e il taglio netto delle opere della carne.
“Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.” Gal. 5, 19-21)
Ereditare il Regno di Dio significa entrare nel Suo riposo.. e non da soli.