sguardo di Dio«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Dal Vangelo del giorno - Lc 10,38-42)

La dicotomia fare ed essere per l’uomo della Bibbia non esiste.
Perché?
Semplicemente perché Dio stesso, che è l’esemplare di ciò che è, dice e compie, parla e fa.

Ora noi non siamo Dio.

Non lo siamo tanto più dalla caduta che ci ha feriti ed inclinati al disordine, anzitutto dentro di noi.
E questo disordine è proprio l’incapacità di sceglierci, di volta in volta, la parte migliore e mantenere il baricentro, cioè la dignità dello stare in piedi nella parte migliore.

Nelle arti marziali, quando si combatte con un avversario, mantenere il baricentro è essenziale per non perdere il combattimento ed avere il dominio di sé. Ma se nelle arti marziali questo avviene sostanzialmente mantenendo contatto con il tuo “chi”, con la forza vitale dello spirito (comunque autoreferenziale ed ego-narciso-centrico, dazio magico all’ego), nella Via di Cristo, che è l’unica, il tuo “chi” è lo Spirito Santo, sgorgante dalla consapevolezza di uno stupore dell'essere scelti da Lui per avere il dono di permanere ed “essere nella parte migliore”. Dono battesimale.

La saggezza sta nel non affannarsi per creare o mantenere un nostro baricentro che, prima o poi, si rivela atto a farci cadere.
Ma nello “scegliersi la parte migliore” e vivere fedeli nella fedeltà di questa forza ontologica che è l’Amore di Dio.
È Lui, il Suo sguardo, il Suo esserci sempre ed innanzi, prima, dopo e durante; il Suo amarci.

Cristo, il cui sguardo è tutto, tutto, tutto il Bene, ogni Bene, il sommo Bene, come ricordava santo Francesco (FF 261).

Ora a cominciare da Gen. 3 è tutto un susseguirsi per l’uomo nel creare e mantenere un proprio baricentro, una propria immagine, una propria proiezione. Ed accade in ogni ambiente: io sono perché opero con le mie mani, perché penso con la mia mente, perché creo con il mio ingegno e la mia fantasia.
Che questo si chiami sogno, “opera delle nostre mani”, nostro affaccendarsi, super lavoro, super lavoro pastorale, auto-stima, persino mistica, se è nostro e non scaturisce dalla “parte migliore”, cioè dall’incontro costante con Lui e dal dono che è questo incontro... tutto è vano, fallace, fumoso, ridicolo, dissipante. E noi perdiamo la dignità possibile.

E, sovente, ci accontentiamo della dignità e della riconoscenza tutta umana, mendicanti di fama, stima, di riconoscenza. Siamo imprigionati nel cortocircuito del sé.

Il baricentro, nel nostro corpo è situato più o meno in zona dell’ombelico, cioè il luogo dove eravamo satellizzati naturalmente con il seno di nostra madre. E che, dopo la nascita, è segno di un solo luogo dove avere il “cordone ombelicale”, con l’Altissimo. Qui ci portano i nostri genitori (se tali), di desatellizzazione in desatellizzazione. Anche “cruenta”, se ci vogliono bene.
Quando noi ci creiamo il “nostro” baricentro è come se spostassimo il nostro baricentro, il nostro "ombelico", secondo capriccio. Crearsi un baricentro senza Cristo equivale a creare una "satellizzazione" con la vanità, un vacuo correre ed indaffararsi.

Invece Dio ci ricorda, in Cristo, che il baricentro si fonda e cresce nella sua bellezza e nella sua duttilità situazionale, stando con lo sguardo in Lui.
Occhi su occhi, mente su mente, cuore su cuore. Di Provvidenza in Provvidenza. Accogliendo ciò che dona e ciò che toglie come un atto straordinario di meticoloso ed unico Amore.

Oh, benedetto Padre che ci ama sovr'ogni amore.

Gesù ci tiene al nostro baricentro, alla nostra dignità, al nostro stare in piedi e amandoci e coinvolgendoci nel Suo Amore, ci libera dal gioco di morte del Baricentro fallace, da questa catena mortale ed illusoria, che pare, talvolta, immarcescibile.

Solo l’Amore di Dio in Cristo ti dona un baricentro, ti dona dignità, ti chiama per nome e amandoti ti rende amante, un capolavoro dello Spirito, radicandoti nella "parte migliore".

Paul Freeman