buon samaritanoLa com-passione è la misura dell'essere "prossimo".
Dunque il "prossimo" non è solo l'indigente, il povero, l'innocente, il peccatore, il bisognoso.
Il "prossimo" è colui che usa compassione. La compassione trae la sua identità dall' "Hesed", dalle viscere di misericordia di Dio.

Chi usa compassione, dunque, ama come ama Dio perché guarda come Dio, guarda con Dio, guarda in Dio.
Amore casto, disinteressato, gratuito, donativo.
Solo Dio può amare così e la creatura (cioè noi) nutre sempre un certo interesse nei suoi atti... a meno che la creatura sia in ascolto di Dio, sia docile a Dio e si faccia guidare dal Suo Spirito. Pian piano ogni egoismo scompare in maniera sempre più sensibile e si fa più presente nel cuore la gratuità di Dio.

E questa è l'Opera di Dio. Trasformare il nostro cuore peccatore nelle viscere di Misericordia divine è più importante che risuscitare i morti; la nostra perenne conversione a questa dimensione ontologica è il capolavoro di Dio che si dipana solo in un cuore umile e grato. Disarmato e colmo di Lode, stupito: "Domine, non sum dignus" (Mt. 8,8)

Gratuità chiama gratuità, perché la gratuità guarisce quella avidità insaziabile ferita dall'origine e ferita dai peccati personali.
E Dio guarisce il tuo sé donando alle tue viscere la conformazione cristica per cui sono state concepite da sempre e spogliandole, fino all'eroismo nello Spirito Santo, talvolta, di ogni appropriazione.

La creatura non può dunque non obbedire a questo slancio di grazia battesimale (R. 8,1ss) perché, in virtù del Sacramento che tutto apre ed immette nella Vita Divina, è diventata anch'essa, quasi naturalmente, compassionevole. E, quanto più cresce in questo tanto meno se ne accorge.
 

La parola di Gesù, dunque è una parola che chiama ciascuno di noi ad amare di più e meglio.
A farci discepoli autentici della gratuità per essere anche noi compassionevoli.
Ogni forma di solidarietà, di amore, di vicinanza, di aiuto nello spirito e materiale trae nutrimento dalla Grazia e si alimenta della Grazia.
Se mancano queste radici abbiamo un solidarismo tutto umano che nasconde sempre un tornaconto di autostima; una specie di amore poco casto, trasparente.
Una forma, più o meno giustificata, di truffa dell'anima. Come se dicessimo a noi stessi, non senza un larvale infantilismo:
"guarda come sono bravo a fare del bene... quindi valgo!", "sono un "buon" samaritano, dunque valgo". Ma qui si nasconde una forma sottile di accidia.
 

La compassione invece dimentica sé stessa e si dona senza pensare al proprio tornaconto se non al bene dell'amato.
È la compassione di Cristo che rende l'indigente "amato". Non solo come soggetto passivo ma anche come soggetto attivo, importante e significativo; unico.

Grazie a Cristo, dunque, chi ha un bisogno ci plasma nella dimensione donativa e ci schiude all'ontologia più profonda che il nostro cuore necessita per essere. Senza manipolazione, senza appropriazione, senza tornaconto.
È l'amore di Dio, nel contempo, che crea significato all'indigente e ne fa una persona, al di la dei propri peccati, miserie, delitti, contraddizioni e quant'altro.
Qui ci chiama Gesù.
E chiamandoci ci plasma.

E se Egli ci chiama qui vuol dire che con il suo aiuto e il Suo Spirito possiamo adempiere questa parola.
Qui sta la nostra conversione: ascoltare ed amare Dio per amare come Lui ed in Lui.

In fin dei conti il samaritano è proprio Gesù che si prende cura di ogni indigenza.
Lo fa nello Spirito Santo, lo fa con i Suoi amici, i santi, con la Sua Santissima Madre ed anche con il preziosissimo Angelo Custode.

Ora, circondati da tale amicizia, perché siamo chiusi in noi stessi tremanti, narcisi ed egoisti? Duri, sclerocardici, piagnucolosi, mendicanti stima ed incapaci di abbandono?

Sì, perché allo stesso tempo è Gesù l'indigente che ha bisogno del nostro amore.
Ma può Gesù essere indigente? Può Egli essere presente nel carcerato (magari colpevole), nell'assassino, nel peccatore? Può essere presente Cristo nel coniuge che non ti stima e magari ti tradisce? Può essere presente Cristo nel nemico?

Certo. Lo è in misura dell'indigenza e della povertà.
È la tua poca fede che ti impedisce di vederlo oltre la cortina della miseria e del peccato.
È la tua poca fede che ti impedisce di coglierlo oltre il pur necessario giudizio sul peccato e l'eventuale (e necessario) giudizio civile.
È proprio in quel "Neanche io ti condanno, va e non peccare più!" (“Nec ego te condemno; vade et amplius iam noli peccare”, Gv. 8,11) che sta tutta la compassione di Dio.

Ferma contro il peccato, infinita nell'amore verso l'indigente. Senza cedere verso il peccato e la colpa e senza cedere verso la compassione. Noi, per comodo e scorciatoia psico-spirituale erriamo o per intransigenza o per solidarismo, non facendo né il Bene in sé né della Persona.

Ma Cristo non è così e unisce in maniera indefettibile la stima, per il presente e il futuro, alla condanna chiara di ciò che porta alla rovina, il peccato e le strutture di peccato.

Così è Dio, così siamo chiamati ad essere anche noi con questa Parola.
La Parola ci è donata perché può compiersi in noi con l'aiuto dello Spirito Santo.

Farci samaritano come Gesù e riconoscere Gesù in ogni indigenza.
Oh, meraviglioso guardare che purifica gli occhi e il cuore!

Questo "scandalo di compassione" che non nega ma trascende la giustizia degli uomini è segno di un cammino autentico nella fede ed è fonte di evangelizzazione
perché annuncia, e svela, le "viscere" di Dio.

Paul Freeman